Indirizzo mail

Puoi contattarci scrivendo a: cumpustela@gmail.com

lunedì 18 agosto 2014

L'autunno caldo ha inizio


Rilanciamo volentieri questo appuntamento-invito di Giuliano

L'AUTUNNO CALDO HA INIZIO.
ATTENZIONE
NOTIZIE SUL PRESIDIO DEL 9 SETTEMBRE :
Per motivi di capienza ,la piazza delle 5 lune adiacente il senato non ci è stata accordata in quanto il limite massimo è per 70 persone.
Abbiamo optato per la solita piazza Monte Citorio,in quanto, visto l'importanza di tale presidio mi auguro di essere veramente in tantissimi. Dobbiamo far vedere a chi insinua che gli esodati non esistono più, che esistiamo e che siamo anche arrabbiati nei confronti di queste persone.
Dobbiamo essere in piazza per chiedere la chiusura della sesta salvaguardia e PER CHIEDERE LA SALVAGUARDIA DEFINITIVA PER TUTTI NELLA LEGGE DI STABILITA', ormai il tempo è scaduto
e bisogna far capire a questi signori che non accettiamo elemosine o quantaltre proposte indecenti,PERTANTO CHIEDIAMO LA SACROSANTA PENSIONE PER TUTTI QUANTI!!!!!
Care amiche e cari amici , cari responsabili dei comitati TUTTI, diamoci da fare in questi giorni a divulgare e di mettere al corrente e di invitare all'evento più persone possibili.Scrivete ai giornali alle tv ai midia in generale,smentendo le infamanti notizie date dal Sen, Ichino e dal Sig. Cazzola. Insomma serve una mobilitazione generale, la cosa è più grave di quanto si pensi.
CI VEDIAMO IL 9 SETTEMBRE DALLE ORE 08.00 FINO ALLE ORE 13.00 A PIAZZA MONTECITORIO
Giuliano Colaci

l'Inps spedisce le prime lettere di salvaguardia

Esodati, l'Inps spedisce le prime lettere di salvaguardia
Scritto da    
Secondo quanto apprende la Redazione di Pensioni Oggi i primi 1200 lavoratori appartenenti al contingente dei 2500 ex art. 11 bis del Dl 101/2013 hanno dalla scorsa settimana iniziato a ricevere la tanto attesa comunicazione. In questa prima fase risultano interessati coloro che hanno maturato un diritto a pensione entro il 31 Agosto 2012, come precisato dall'Inps la scorsa settimana. 
Concluse le operazioni di monitoraggio, saranno inviate le lettere di certificazione agli ulteriori soggetti che si collocheranno in posizione utile in graduatoria. 
Ad ogni modo, come la norma prevede, le pensioni liquidate non potranno avere decorrenza anteriore al 1° gennaio 2014.
L'Inps ha inoltre avviato le procedure per la verifica delle posizioni riguardanti i lavoratori interessati alla quinta salvaguardia, i cui termini per la presentazione delle domande erano scaduti lo scorso giugno. Diversi soggetti hanno avuto conferma, non ancora ufficiale, circa la presenza del loro nominativo in posizione utile nella graduatoria.
(Leggi)

Poletti: contributo di solidarietà per gli esodati

Pensioni, Poletti: ok ad un contributo di solidarietà per aiutare gli esodati

Scritto da 

Nell'intervista raccolta dal Corriere della Sera il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti si dice favorevole all'introduzione di un contributo di solidarietà sulle pensioni alte per aiutare gli esodati. Ok anche a maggiore flessibilità.
Ministro, la disoccupazione, non solo giovanile, è molto alta. E ci sono centinaia di migliaia di lavoratori in cassa integrazione. Se ci sarà la ripresa, una parte di questi rientrerà al lavoro, una parte sarà nel frattempo andata in pensione, un’altra parte rischia di finire esodati, senza lavoro né pensione. Lei ha promesso un «ponte» per costoro verso la pensione. Di che si tratta?

«Questo è il tema che abbiamo in lavorazione, ma è strettamente legato alle risorse che avremo a disposizione. Stiamo elaborando opzioni diverse in vista della legge di Stabilità. Dovremo vedere in che misura distribuire il costo di questo piccolo ponte o scivolo che dir si voglia tra lavoratori, imprese e fiscalità generale».
Tra le ipotesi allo studio c’è anche il «prestito pensionistico»: il lavoratore cui manchino 2-3 anni alla pensione prende un anticipo di 6-700 euro che poi restituirà in piccole rate al raggiungimento dell’età pensionabile?
«Si tratta di un’ipotesi che aveva formulato il mio predecessore, Enrico Giovannini, e che stiamo valutando insieme ad altre».
Queste ipotesi riguardano solo i lavoratori delle aziende in crisi o potrebbero esserci interventi più generali per reintrodurre elementi di flessibilità nell’età pensionabile?
«Naturalmente partiamo dalle situazioni di emergenza e quindi dai lavoratori delle aziende in crisi. Ma stiamo valutando anche misure di flessibilizzazione, che però non mettano in discussione le attuali età di pensionamento, nel senso che chi volesse uscire uno o due anni prima verrebbe penalizzato. Anche qui bisognerà vedere che risorse avremo a disposizione».
Per intervenire a favore di chi resta senza lavoro e pensione si potrebbe creare anche a un ammortizzatore sociale universale? L’Aspi ancora non lo è, lascia fuori i lavoratori precari.
«Nella delega stiamo lavorando su un ammortizzatore universale. Ma va risolto il problema di chi lo paga. Dovrebbero farlo le imprese, anche quelle che finora non lo hanno fatto, ma poi ci vorrebbe un intervento a carico della fiscalità generale. E qui torniamo al problema delle risorse».
Ministro, lei è favorevole o contrario a un contributo di solidarietà sulle pensioni alte o al ricalcolo delle pensioni col metodo contributivo per intervenire su quelle che sono esageratamente alte rispetto ai contributi versati? Ci sono ipotesi allo studio su questo?
«Sono favorevole a interventi di questo tipo a patto che siano collegati agli interventi di cui ho parlato prima a sostegno dei lavoratori che altrimenti rischierebbero di finire esodati. Credo cioè che le risorse eventualmente recuperate con un contributo di solidarietà o con il ricalcolo contributivo dovrebbero restare nel sistema previdenziale in una logica di solidarietà per chi soffre di più. Ipotesi se ne sono fatte tante in passato. Adesso bisognerà fare delle scelte».
Ma le pensioni alte sono così poche che si raccoglierebbero briciole.
«Dipende da dove si fissa l’asticella».

venerdì 15 agosto 2014

Poletti: la soluzione è la flessibilità. La introdurremo in ottobre

Pensioni. Esodati, Poletti: la soluzione è la flessibilità. La introdurremo nella finanziaria di ottobre
ROMA  -  
Benché, oramai, gli esodati balzino sempre meno spesso agli onori della cronaca, buona parte di essi ancora si trova nella difficile condizione determinata dalla riforma delle pensioni scritta dall’allora ministro Fornero ai tempi del governo Monti: si tratta di persone a cui sono state cambiate le regole dopo aver sottoscritto un accordo di fuoriuscita anticipata volontaria dalla propria azienda in cambio di un congruo indennizzo che potesse consentire loro di vivere, in maniera dignitosa, fino all’età della pensione; in pratica, se prima della riforma dovevano aspettare pochi anni prima di accedere al regime previdenziale, dopo la riforma gli anni sono esponenzialmente cresciuti (anche 6 o 7 in certi casi) a causa del brusco inasprimento dei requisiti, ma non l’indennizzo.
Queste persone, quindi – gran parte delle quali attendono ancora di essere “salvaguardate” (ovvero di andare in pensione con le vecchie regole) il cui numero non è ancora stato quantificato con precisione – rischiano di trovarsi per diversi anni senza reddito da lavoro o da pensione.
Ebbene, il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, intervistato da Il Messaggero, ha giurato (ma non è stato il primo a farlo) che la questione sarà definitivamente risolta. Il titolare del Welfare ha spiegato che, a patto che si tenga in debito conto la pluralità di situazioni (ci sono esodati veri e propri, lavoratori anziani rimasti senza stipendio e via dicendo) si troverà un sistema per rendere l’accesso alle pensioni flessibile.
L’intervento sarà disposto nella prossima finanziaria, a ottobre e, se effettivamente andrà in porto, comporterà verosimilmente la possibilità di accedere all’assegno previdenziale prima del dovuto, a fronte di una penalizzazione sull’importo, o dopo, in cambio di un incentivo.
Fonte: CGIA
(Leggi)

giovedì 14 agosto 2014

Esodati della scuola: la parola agli insegnanti

Il Fatto QuotidianoEsodati della scuola: la parola agli insegnanti
Cari lettori, un insegnante a me vicino per rapporti parentali e personali mi ha sensibilizzato sulla questione “quota 96“, cioè a dire su un gruppo di docenti della Repubblica che sta subendo una serie progressiva di beffe in nome delle coperture finanziarie e delle scelte di politica economica degli ultimi tre governi (Monti, Letta e Renzi). Ciò che appare realmente pregiudizievole dei diritti civili è questa sorta di “gioco delle aspettative” che lo Stato fa nei confronti di una categoria di cittadini che appaiono come sudditi da trattare secondo la libera volontà del sovrano piuttosto che persone da rispettare, se non altro con riferimento ad un dato fondamentale dell’esistenza: i programmi di vita che costoro hanno deciso liberamente di assumere per il proprio futuro.
Modificare e rimodificare la legislazione in merito al pensionamento, non per i nuovi entrati, ma per coloro che si trovano nella condizione di essere prossimi all’uscita dal lavoro, vuol dire infatti “usare” la loro vita nel senso di farsi beffa di quelli che sono i progetti di ciascuno rispetto al proprio futuro. In questo senso l’amico Giovanni dice bene quando sostiene che in questo fantozziano tira e molla c’è una violazione dei diritti costituzionali, almeno in quella forma di “diritti inviolabili” (art. 2 Cost.) che a buon titolo può contenere anche il diritto a progettare il proprio futuro prossimo, dopo una vita di lavoro votata alla crescita delle giovani generazioni. Giovanni, con limpida chiarezza mi scrive quanto segue ed io ci tengo che il suo scritto sia a vostra disposizione affinché, sul punto, sia finalmente fatta un’informazione corretta.
Pubblicità
“Sono Giovanni Citterio, nato nel marzo 1952, insegnante, appartenente a “quota 96″. Questo gruppo di 4000 insegnanti è stato, questa estate, al centro dell’attenzione dei media per la mancata approvazione, al Senato, dell’emendamento che consentiva il sospirato pensionamento negatoci dalla riforma Fornero del dicembre 2011. Su di noi sono state dette e scritte molte inesattezze che hanno contribuito a creare nell’opinione pubblica giudizi sbagliati facendoci passare per privilegiati e fannulloni. Alcune precisazioni: “quota 96″ è esclusivamente per il settore scuola e non per altri settori in quanto solo per noi l’unica finestra di uscita dal lavoro è il primo settembre. Cadono così tutte le eccezioni che ci possano essere emulazioni da parte di altre categorie. Il nostro non è un prepensionamento, anzi è un post pensionamento di due anni rispetto al diritto maturato nell’a.s. 2011/2012. L’errore tecnico commesso dal Ministro Fornero è riconosciuto da tutti: dai partiti ai sindacati, dal Miur, dalla stessa ex ministra, ma nessuno rimedia a questa profonda ingiustizia. Con l’inserimento dell’emendamento nel pacchetto di riforme della Pa sembrava finalmente conclusa positivamente la nostra fantozziana vicenda, ma ecco l’ennesima beffa. Traditi sull’altare delle coperture e di Cottarelli. Questa ennesima ingiustizia non colpisce solamente noi di “quota 96″ ma tutti i cittadini che credono ancora nel rispetto dei diritti sanciti dalla Costituzione e credono che sia compito della politica correggere errori ed iniquità. Renzi ha anticipato che ci sarà un provvedimento che riguarderà la scuola e che tratterà anche “noi” ma indiscrezioni dicono che sarà possibile uscire dal lavoro con penalizzazioni. Un assurdo. Oltre al danno, la beffa. Pregiudizi e qualunquismo penalizzano ingiustamente la nostra categoria. Non chiediamo privilegi ma solo il rispetto di un nostro diritto. Grazie per l’attenzione e per il contributo ad una corretta informazione”.
Grazie Giovanni per la chiarezza.
(Leggi)

Alitalia: esuberi, tagli ai salari, esodati

Esuberi, tagli ai salari, esodati: quello che non si è detto sull'accordo Alitalia - Etihad.Esuberi, tagli ai salari, esodati: quello che non si è detto sull’accordo Alitalia – Etihad
Nell'accordo Alitalia-Etihad sono tutti contro i lavoratori: il governo, i giornali. Eppure dal 2008 ad oggi hanno pagato un prezzo altissimo. Tra esuberi, esodati, tagli ai salari.
Alitalia Forever, Alitalia è finita. E i suoi dipendenti, ieri e oggi, si trovano in bilico: da una parte ci sono i ricordi di una compagnia con una grande storia, dall’altra migliaia di esuberi e ridimensionamenti, trattative e tagli effettuati dal 2008 ad oggi, data della firma dell’accordo con Etihad, la compagnia degli emirati arabi che salverà Alitalia.
Alitalia Forever” è il nome di un partecipato gruppo Facebook dove gli ex piloti ed hostess della compagnia di bandiera postano vecchie foto. “Vi ricordate il suo nome?”, si chiede un utente sulla vecchia istantanea scannerizzata di una hostess in divisa d’ordinanza. Oppure: “Ricordate questo aereo? Quanti chilometri ci ho percorso”. Ma questo era ieri. E se i ricordi sono duri a morire, oggi i dipendenti del gruppo sembrano essere attaccati da più parti. Dal governo: “Non tollereremo altri disagi”, ha detto il ministro Lupi riferendosi alle proteste degli ultimi giorni. Dai giornali, che in questi giorni hanno riportato la falsa notizia di una “valanga di certificati medici” dei facchini di Fiumicino, cher avrebbe paralizzato l’aeroporto. Notizia, poi, rivelatasi infondata.
Da più parti si accusano i lavoratori di non accettare un piano che permetterebbe il salvataggio della compagnia, senza troppi costi sociali. Ma è proprio così? Scrive Linda sul gruppo Facebook: “Siamo tornati al 2008 e con meno garanzie. Comprendo quello che state vivendo. Perdere il lavoro dalla sera alla mattina è una tragedia”.
Già, una tragedia. Perché la verità è che in Alitalia i costi sociali sono stati altissimi in questi 6 anni. Pochi giorni fa, ad esempio, i sindacati hanno firmato un accordo per permettere alla compagnia di tagliare 31 milioni di euro dal costo del lavoro. C’è chi perderà 85 euro al mese, chi 1.300 (i comandanti anziani e dirigenti). Le hostess perdono circa 300 euro al mese.
Poi, ci sono gli esuberi annunciati questi giorni. Dovranno andare via una hostess su dieci e il 7% dei piloti. Sono 149 i piloti in esubero su 1.650. E 104 esuberi dal commerciale, 42 dalle risorse umane, 73 in amministrazione. Via anche 386 persone fra tecnici, ingegneri, operai specializzati delle manutenzioni.
Il numero totale degli esuberi Alitalia è 2.251, o meglio 2.171 se si escludono le uscite volontarie. Di questi circa 1.300 verranno riassorbiti (pare) in Alitalia, oppure pensionati, esternalizzati, o ricollocati in Etihad. Rimangono circa 900 esuberi, e ognuno di loro dovrà fare una scelta importante nei prossimi 30 giorni: lasciare o rimanere? Prendere una magrissima liquidazione da 10mila euro lordi, più la mobilità, o rifiutare e correre il rischio di ricevere la lettera di licenziamento il 15 settembre?
Tutto questo è materia di questi giorni. Ma cosa era accaduto nel 2008, quando i capitani coraggiosi radunati da Berlusconi – Ligresti, Riva, Passera, Marcegaglia, Colaninno, Trochetti Provera, Benetton, Caltagirone – avevano preservato l’italianità di Alitalia, salvandola dalle grinfie di Air France?
“Prima i dipendenti Alitalia erano circa 20.000, dopo gli esuberi della privatizzazione siamo passati a 14.000”, dice Gianni Platania, della Filt Cgil. Con l’operazione Cai, infatti, il governo Berlusconi fece in modo che i dipendenti Alitalia potessero usufruire di quattro anni di cassa integrazione e tre di mobilità. 6.000 esuberi, una cifra importante E dopo 7 anni, dopo che i capitani coraggiosi si sono sfilati uno ad uno da Cai dopo avere incassato i compensi politici di quell’operazione, molti di quegli esuberi sono finiti nel calderone degli esodati.
Roberto Colannino, fino ad oggi presidente Alitalia, ha detto: “È la terza volta che salviamo Alitalia. Mi aspetterei un riconoscimento per l’enorme sacrificio degli imprenditori”. Risponde Maria Cristina, sul gruppo Facebook dei lavoratori: “Il mio pensiero va ai colleghi. Bisognerebbe carcerare chi, in sei anni, dopo aver preso una compagnia pulita dai debiti, accollato 11.000 persone ai contribuenti, l’ha fatta nuovamente fallire.”
Alla fine è vero, la compagnia dovrà subire tutti questi tagli per rimanere in piedi, e sembrano essere tutti d’accordo. Quello che non si può dire, però, è che i lavoratori non abbiano (già) pagato un prezzo molto alto per questo. E pagheranno ancora.
(Leggi)

mercoledì 13 agosto 2014

Manovra sulle pensioni?

Mettere mano alle pensioni per la manovra d'autunnoMettere mano alle pensioni per la manovra d'autunno
L'economia è ferma, la spesa non cala, i conti sono fuori controllo. Nella Ue è allarme rosso e si profila la prima manovra d'autunno. Matteo Renzi già prepara la prima mossa: nel mirino le pensioni con il calcolo retributivo e quelle di reversibilità
di Stefano Cingolani
"Gli italiani possono andare in vacanza tranquilli. Non ci sarà nessuna manovra correttiva. Anzi, in settembre avremo una ripartenza col botto». Così parlava il capo del governo il 1° agosto presentando lo Sblocca Italia, un pacchetto di provvedimenti in 10 capitoli per «liberare le energie del Paese». Passano due giorni e nell’omelia domenicale sulla Repubblica Eugenio Scalfari invoca l’arrivo della troika, il commissariamento di Commissione europea, Fondo monetario e Bce. Matteo Renzi mangia la foglia, si fa intervistare dal medesimo quotidiano e cerca di esorcizzare lo spettro che segnerebbe la sua fine. Ma in ogni caso mette le mani avanti: «Se mai ci fosse bisogno di una manovra non imporremo nuove tasse». Dal «mai», dunque, siamo già al «se mai». E non è finita qui.
Il bonus di 80 euro non ha scalfito un fardello fiscale del 52 per cento che sale al 68 sui lavoratori autonomi. In queste condizioni non c’è spazio né per i consumi né per i risparmi. Infatti, l’Italia non cresce. La prima metà dell’anno è stata sprecata, come dimostra il dato sul secondo trimestre diffuso mercoledì 6 dall’Istat. Se le cose andranno meglio in autunno, il prodotto lordo salirà molto meno della metà rispetto allo 0,8 che il governo ha scritto nel Documento di economia e finanza, avvicinandosi piuttosto a quello 0,2 previsto dalla Confindustria. I prezzi continuano a cadere avviandosi pericolosamente verso una vera deflazione. Così, saltano anche tutti gli altri parametri, a cominciare dal disavanzo pubblico (invece del 2,6 concordato con Bruxelles va oltre il 2,8) mentre il debito/Pil s’avvicina a quota 140, considerata da tutti la soglia del pericolo.
Altro che ripartenza. Dalle speranze della primavera alle delusioni estive, ancor prima dell’autunno si prepara una mossa disperata: la controriforma delle pensioni. Autorevoli protagonisti rivelano a Panorama che sono allo studio quattro misure clamorose. La prima è un taglio agli assegni superiori ai 3 mila euro mensili, ricalcolando l’intera vita lavorativa in funzione dei contributi effettivamente versati per chi è andato in quiescenza con il sistema retributivo (misura che si espone subito a una eccezione di costituzionalità). La seconda è una maggiore elasticità in uscita, stabilendo una soglia di penalizzazione; insomma il modello Madia per i professori rientra dalla finestra ma riferito all’intera platea dei pensionati. Arrivano poi la riduzione delle pensioni di reversibilità (si ipotizza una sola a persona) e l’abolizione dei baby pensionamenti.
C’è bisogno di fare cassa (tra l’altro non si vede nemmeno il miliardo e mezzo previsto dalla lotta all’evasione). Ma la svolta populista ha una logica politica: accarezzare il pelo di quella sinistra che ha messo in difficoltà Renzi sul Senato e sulla riforma elettorale. I sindacati tacciono, perché la loro contropartita è un ritorno surrettizio alla concertazione, come si è già visto nella pubblica amministrazione dove i trasferimenti di personale devono essere tutti concordati. Quanto potrà ricavare il governo non è chiaro, però la spesa per le pensioni tra previdenza e assistenza ammonta a oltre 300 miliardi. Dunque, un bel malloppo. La Ragioneria dello Stato, tuttavia, teme che alla fine i costi supereranno ancora una volta i benefici. Inoltre, se si tocca in modo radicale la legge Fornero, sia l’Ue sia la Bce faranno scattare la luce rossa. Secondo fonti consultate da Panorama, è proprio così.
E più tempo passa senza crescita, più la troika s’avvicina. La stagnazione italiana viene messa a confronto con la ripresa della Spagna e del Portogallo, e da Londra a Francoforte matura la convinzione che solo un intervento congiunto di Ue, Bce e Fmi darebbe la spinta economica che manca al governo di Roma. Segnali di ripresa che si rivelano fuochi fatui, previsioni smentite dall’Istat, scontri su spese ed entrate: come un anno fa con la coppia Enrico Letta e Fabrizio Saccomanni. Proprio lo spettro della «lettizzazione» comincia ad angosciare Renzi e lo spinge a cercare affannosamente scorciatoie, come quella delle pensioni. Di retromarce, d’altra parte, il gambero Matteo ne ha fatte parecchie.
Dopo aver promesso di estendere il bonus di 80 euro (che peraltro, come aveva previsto Confcommercio, si è rivelato inutile per il rilancio dei consumi) a pensionati, incapienti e lavoratori autonomi, ammette che non sarà possibile, anzi non ci sono le risorse per garantire il taglio sui salari sotto i 25 mila euro nel 2015 e mancano i soldi per coprire il beneficio fino alla fine dell’anno. Senza contare la Tasi. La Cgia di Mestre calcola un importo di 44 miliardi, come nel 2012 quando c’era l’Imu sulla prima casa. Nelle mani dei comuni l’imposta corre già verso le aliquote più alte. L’incertezza sulla stangata locale è una delle ragioni che inducono le famiglie a non spendere, deprimendo domanda interna e crescita. E la spending review? Altro che passo indietro, esce proprio di scena. Carlo Cottarelli non verrà sostituito e si torna ai risparmi affidati ai singoli ministeri, ai tagli lineari e a un aggravio fiscale di 3 miliardi di euro attraverso la riduzione delle deduzioni e detrazioni stabilite nella cosiddetta «clausola di salvaguardia».
Intanto due cose sono certe: allo stato attuale mancano i 4,5 miliardi promessi dal Def per quest’anno e restano nel libro dei sogni i 17 miliardi per il 2015. Non è difficile capire che la guerra aperta a Cottarelli nasconde in realtà l’attacco al fortino di via XX Settembre. La Ragioneria è sul piede di guerra e Renzi la vuole bypassare. Non solo, intende mettere sotto tutela lo stesso ministro dell’Economia circondandolo con i pretoriani, da Yoram Gutgeld a Filippo Taddei, araldo degli 80 euro. Una cabina di regia a Palazzo Chigi, insomma, escamotage per evitare la scelta più dirompente: la defenestrazione di Pier Carlo Padoan dal quale il capo del governo si aspettava più idee e soprattutto più mordente a Berlino e a Bruxelles per ottenere tempo e flessibilità. Che Pcp, come lo chiamano, non faccia parte del Giglio magico è evidente.
Sostenuto da Giorgio Napolitano come garanzia verso la Ue, i dissapori con Renzi sono emersi quasi subito. Il ministro avrebbe preferito ridurre l’Irap non l’Irpef e non ha mai nascosto le sue preoccupazioni: 10 miliardi l’anno sono tanti, soprattutto a fronte di un impatto modesto sui consumi e minimo sul Pil (appena lo 0,1 secondo la Banca d’Italia). Renzi continua a negare che corra cattivo sangue, ma non spende una parola di vero sostegno. Padoan ha le mani legate e, senza l’autorizzazione a sforare il 3 per cento nel rapporto tra deficit e Pil, non gli resta che un giro di vite. Si tratta di recuperare 25 miliardi secondo i conti di Renato Brunetta e Stefano Fassina, spesso d’accordo sulla politica economica. Intanto, mancano almeno 3,5 miliardi anche per il 2014
Liquidare il ministro dell’Economia? Al contrario, ci vogliono più Padoan, secondo Diego Della Valle che guida il pattuglione degli imprenditori delusi, da Alessandro Benetton a Luca di Montezemolo o Nerio Alessandri, presentato da Renzi come un modello con la sua Technogym. Per non parlare di Giovanni Bazoli e del Corriere della sera, che ogni giorno tira una bordata. Quanto a Giorgio Squinzi, presidente della Confindustria, si affida alle analisi di Stefano Folli e agli editoriali assai puntuti del Sole 24 Ore. Tra inesperti e apprendisti, la squadra di governo non ha dato finora grandi prove. Clamorosa la figuraccia di Marianna Madia sulla pensione a quota 96 (somma di età e anzianità di lavoro) per insegnanti e medici e sul pensionamento d’ufficio a 68 anni per docenti universitari, provvedimenti bocciati dalla Ragioneria.
Stefania Giannini, ministro della Pubblica istruzione, ha scontentato tutti con indiscrezioni e annunci. Persino il robusto Giuliano Poletti si fa rinviare a ottobre la riforma del mercato del lavoro, contro la quale Susanna Camusso, segretario della Cgil, presenta ricorso a Bruxelles. Eppure è il provvedimento più importante sul quale sono puntati gli occhi degli investitori, richiesto ben tre anni fa dalla famigerata lettera della Bce, firmata da Draghi e Jean-Claude Trichet. Altro che Senato. Rendere più facili assunzioni e licenziamenti: questo dovevano fare i governi italiani e nessuno c’è riuscito. Se Renzi si rimangia l’unica riforma significativa e cede alle corporazioni, la conclusione è una sola: anche lui è alla frutta. E allora sotto a chi tocca, avanti un altro. Con o (meglio) senza trojka.
(Leggi)

Lettera di Ichino (SC) al Corriere della Sera

PENSIONI: LA CONTRORIFORMA DEI “NON ESODATI”
SE ABBIAMO RISORSE, UTILIZZIAMOLE PER SOSTENERE IL REDDITO DEI CINQUANTENNI E SESSANTENNI DISOCCUPATI INCENTIVANDONE LA PRESENZA ATTIVA NEL MERCATO DEL LAVORO, NON L’USCITA DEFINITIVA
Lettera sul lavoro pubblicata dal Corriere della Sera il 12 agosto 2014 – In argomento v. la scheda tecnica sui contenuti dei cinque provvedimenti di “salvaguardia”
Caro Direttore, a quasi tre anni dalla riforma delle pensioni del 2011, tra coloro che si qualificano come “esodati” non ce n’è più uno che possa essere indicato come tale secondo il significato originario del termine. I provvedimenti di “salvaguardia” adottati nel 2011 e 2012 hanno infatti esentato dall’applicazione dei nuovi requisiti per il pensionamento tutti coloro che avevano perso il lavoro prima della riforma per effetto di un accordo individuale o collettivo di incentivazione all’esodo, stipulato in considerazione di un prossimo pensionamento secondo la vecchia disciplina. Sono stati poi “salvaguardati” anche tutti i lavoratori licenziati negli anni 2007-2011, i quali fossero destinati a maturare i requisiti per la pensione secondo le vecchie regole entro tre anni dalla riforma, cioè entro il 2014.
Qual è, dunque, la situazione delle persone che frequentano le trasmissioni telefoniche e radiofoniche presentandosi come “esodate” e rivendicando un diritto a essere prepensionate? In gran parte, quando non si tratta di persone che per poche settimane o mesi di differenza sono state costrette a rimanere al lavoro più a lungo di quanto desideravano, sono ultracinquantenni che hanno perso la loro ultima occupazione, per i motivi più vari, uno, cinque, dieci o quindici anni fa. Così stando le cose, dobbiamo metterci d’accordo: se riteniamo che, perso il lavoro, gli ultracinquantenni non possano ritrovarlo e debbano quindi essere in qualche modo accompagnati alla pensione, come si faceva normalmente fino al novembre 2011, allora diciamo apertamente che intendiamo abrogare la riforma. Però, allora, diciamo anche che consideriamo giusto continuare ad accollare la pensione di questi cinquantenni e sessantenni alle nuove generazioni, che in pensione andranno a 70 anni o poco prima: perché, con una attesa di vita di oltre 80 anni, l’anzianità contributiva normale di 30-40 anni con cui si andava in quiescenza nei decenni passati non basta per il finanziamento di un trattamento decente destinato a durare 20 o 25 anni. E diciamo chiaramente che rinunciamo ad allineare il tasso di occupazione degli italiani tra i 50 e i 65 anni di età (oggi circa uno su tre) alla media europea (uno su due).
Se invece consideriamo giusti gli obiettivi della riforma del 2011, riteniamo cioè necessario aumentare il tasso di occupazione degli anziani e darci un sistema previdenziale capace di camminare sulle sue gambe; se consideriamo – sulla base dei dati forniti dal ministero del Lavoro – che nell’ultimo anno 1,6 milioni di contratti regolari in Italia sono stati stipulati con persone ultracinquantenni e circa un quarto di questi con ultrasessantenni; se infine siamo convinti che il sistema ante 2011 di prepensionare tutti i cinquantenni o sessantenni che perdevano il posto sia, oltre che sbagliato, anche improponibile sul piano politico in Europa oggi; se di tutto questo siamo convinti, allora dobbiamo affrontare il problema di questi disoccupati nei termini appropriati: cioè come un problema, appunto, di disoccupazione, reso più difficile dall’età degli interessati. Se disponiamo di risorse da destinare alla sua soluzione, istituiamo per queste persone una indennità non finalizzata alla loro espulsione definitiva dal mercato del lavoro, ma, al contrario, condizionata al loro rimanere in esso attive e disponibili; consentiamo a chi le assume di beneficiare di un contributo correlato alla parte non goduta dell’indennità; istituiamo la possibilità di pensionamento parziale combinabile con il part-time o altre forme di flessibilità dell’età di pensionamento. Ma sempre con l’obiettivo di promuovere e incentivare l’invecchiamento attivo, evitando tutto ciò che invece lo disincentiva.
L’errore peggiore, comunque, è quello del rimanere in mezzo al guado, del fare e disfare, come accadde nel 2007, quando il ministro Damiano disfece la riforma del suo predecessore Maroni. Se non vogliamo tornare indietro, dobbiamo orientare tutti gli interventi a un mutamento profondo della nostra cultura diffusa, che è alla base dei comportamenti e delle vecchie strategie di vita dalle quali è nato il problema degli “esodati” vecchi e nuovi. Mi riferisco alla cultura della job property, che rende vischiosissimo il nostro mercato del lavoro; quella per cui la progressione retributiva è affidata non alla possibilità effettiva di spostarsi dove il proprio lavoro è meglio valorizzato, ma agli scatti di anzianità, che frenano pesantemente la mobilità dei più anziani; quella per cui se il “diritto fondamentale” al posto di lavoro viene “leso” con il licenziamento, l’unico risarcimento possibile è la cassa integrazione per anni e poi il prepensionamento.
Tutto si tiene. Dobbiamo passare da un vecchio equilibrio di sistema a uno nuovo. E, come sempre, spostarsi da un equilibrio a un altro è tutt’altro che facile. Ma non abbiamo alternative: di vie facili d’uscita dalla nostra arretratezza non ce ne sono.
(Leggi)
Leggi anche: Pensioni Oggi