Le chance sulle pensioni: ma prima, il governo deve decidere se Berlusconi è diverso di fronte alla legge
Proprio quando sembrava
alle porte il momento delle pensioni, il governo Letta affronta il passaggio più critico della sua breve esistenza, che potrebbe anche portare alla
dissoluzione della maggioranza, nel caso il Pdl togliesse definitivamente l’appoggio.
Si deciderà tutto nelle prossime ore: dopo la
sentenza in Cassazione per Silvio Berlusconi nel processo Mediaset, con
quattro anni di condanna e l’interdizione certa dai pubblici uffici da ricalcolare, il Popolo della Libertà, secondo “azionista” del governo insieme al Pd, minaccia di
far chiudere bottega a Enrico Letta.
Le condizioni per proseguire il cammino dell’esecutivo, a detta degli esponenti Pdl, sarebbero quelle di
eliminare una volta per tutte – e per tutte le fasce di reddito -
l’Imu, nel periodo in cui finisce sotto osservazione la fiscalità immobiliare per effetto del rinvio di giugno. Naturalmente, però, il vero
casus belli all’interno delle forze di governo è rappresentato dalla
questione che si troverà sottoposta la Giunta per le elezioni del Senato il prossimo lunedì 9 novembre, quando potrebbero essere decise le sorti del Cavaliere.
A pendere sul suo futuro politico, infatti, oltre all’interdizione, c’è anche
la legge Severino del 2012, approvata anche dallo stesso Pdl, che prevede a tutti i condannati per reati al di sopra dei due anni
l’esclusione dalle cariche elettive e la non candidabilità: nel caso l’organismo di palazzo Madama si pronunci per la decadenza di Berlusconi, allora, il
Pdl potrebbe decidere di staccare la spina al governo.
Questo, naturalmente, scatenerebbe un
terremoto politico, ma, soprattutto, bloccherebbe sul nascere tutti i tentativi di riforme in campo welfare, finora quello più ignorato dai decreti governativi delle
larghe intese.
Sul banco, c’è, innanzitutto, il
rinnovo della Cassa integrazione, il cui miliardo di plafond messo a disposizione a maggio è già da tempo prosciugato. Soprattutto, a livello generale, però si attendono alcuni
ritocchi più o meno sostanziosi alla legge Fornero sulle pensioni, che, se il governo andasse in crisi, resterebbe di fatto immutata.
In primis, è in cantiere un nuovo
decreto per altri 20-30mila esodati, finora esclusi dai piani di rientro varati dal precedente esecutivo di Mario Monti
(130mila le posizioni in via di lento salvataggio da ormai un anno).
Quindi, rischia di fermarsi sul nascere anche il
tentativo di riportare la flessibilità in ottica pensionistica, senza però stravolgere l’impianto della normativa vigente. Secondo le parole del ministro Giovannini, infatti, non è pensabile una rivoluzione della legge Fornero che garantisce
decine di miliardi di risparmi di spesa previdenziale fino al 2020, ma un’oliata per agevolare i meccanismi di ritiro dal lavoro, magari calmierando le faraoniche pensioni d’oro di alcuni manager pubblici e cercando, insieme, di
innalzare le minime.
Dunque, al momento la situazione sembra questa:
migliaia di esodati potranno essere salvati e la legge sulle pensioni rivista,
se e solo se Berlusconi otterrà un salvacondotto dal Parlamento. Se la classe politica dovesse arrivare ad
ammettere una volta per tutte che un cittadino di fronte alla legge è “più uguale degli altri”, poi potrà varare provvedimenti per alcune delle categorie più bistrattate dallo stato sociale. In alternativa, si prospetta già il desolante
statu quo per nuovi, logoranti mesi di campagna elettorale. Ecco il
vicolo cieco in cui l’Italia è prigioniera da vent’anni e da cui, in ogni caso, pare destinata a un’uscita ben poco onorevole.
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