Indirizzo mail

Puoi contattarci scrivendo a: cumpustela@gmail.com

mercoledì 22 luglio 2015

Drammatici riscontri di una ricerca scientifica

Drammatici riscontri di una ricerca scientifica: per gli esodati una vita di ansia, depressione, malattie
di Raffaele Marmo
Lorenzo Aragione è un giovane psicologo abruzzese che in questi anni ha studiato gli effetti della riforma Fornero sulla salute psico-fisica degli esodati. Una ricerca condotta sul campo che ha prodotto risultati che testimoniano in maniera scientifica il dramma umano, ma anche le conseguenze devastanti, sul piano fisico e psichico, delle nuove drastiche regole pensionistiche su persone che si sono trovate all’improvviso catapultate fuori dalla loro normale dimensione di vita per finire dentro un tunnel fatto di ansia, depressione, malattie cardiovascolari.
Dottor Aragione, lei è il primo ad aver studiato in Italia gli effetti di una riforma previdenziale sulla salute psico-fisica delle persone coinvolte e specificamente sui cosiddetti esodati. Perché ha deciso di farlo?
La mia ricerca è stata svolta nell’ambito di un lavoro di tesi specialistica in Psicologia clinica e della salute presso la Facoltà di Psicologia dell’Università degli Studi “G. D’Annunzio”, Chieti-Pescara. Il motivo è stato quello di voler valutare, attraverso uno screening psicodiagnostico, se la riforma pensionistica varata con Decreto Legge il 6 dicembre 2011 e convertita in legge il 22 dicembre 2011, la cosiddetta riforma Fornero, avesse provocato l’insorgere di alterazioni psicopatologiche conclamate e se avesse avuto ripercussioni sullo stato di salute generale e sulla qualità di vita dei diretti interessati.
Quali sono gli aspetti fondamentali che emergono dalla sua ricerca? Quali figure-tipo di persone risultano le più colpite o coinvolte dall’impatto della riforma Fornero?
Le testimonianze raccolte nel corso della ricerca sono emblematiche di migliaia di storie di donne ed uomini, fuoriusciti dal mercato del lavoro, per motivi diversi e nel rispetto delle regole vigenti fino al dicembre 2011, ma che, a seguito dei provvedimenti della riforma Fornero, sono approdati gioco-forza in una «terra di nessuno». Pur nella diversità dei singoli vissuti, le testimonianze raccolte in questo lavoro presentano aspetti comuni e ricorrenti. Gli intervistati appartengono alla fascia d’età dei cinquantacinquenni-sessantacinquenni, hanno responsabilità familiari allargate (figli ancora in formazione o non definitivamente indipendenti, genitori anziani spesso a carico), manifestano una forte consapevolezza circa il significato ed il valore del lavoro sia per il singolo sia per la società ed il gruppo di appartenenza, rivendicano una forte identità di cittadini e contribuenti responsabili, protagonisti del patto sociale tra generazioni. Essi condividono una dolorosa ed arrabbiata constatazione di uno stravolgimento esistenziale, non solo per effetto della sopraggiunta precarietà economica, ma anche per la rottura dei legami sociali, talvolta persino familiari; percepiscono un sentimento d’ingiustizia, di tradimento della fiducia e di violazione di un patto (lo Stato rinnega l’accordo stipulato con i cittadini/lavoratori). Subiscono spesso il giudizio di parte dell’opinione pubblica che li equipara ai baby-pensionati o che li guarda con commiserazione. Con grande misura e dignità le persone incontrate hanno confessato di vivere una grave condizione di disorientamento sia sul piano economico sia su quello sociale e relazionale . Avendo firmato l’uscita dal mondo del lavoro due-tre anni prima dell’emanazione della riforma, hanno programmato quella che doveva essere una nuova fase della loro esistenza, si sono “preparati” alla transizione verso la pensione (con tutte le problematiche che questo passaggio implica), ma ora, dato che la conclusione della storia lavorativa non corrisponde più all’ingresso al pensionamento, la coerenza progettuale è infranta: la riforma pensionistica ha impedito la chiusura di un ciclo. L’inattesa perdita dell’identità sociale (non essendo né un lavoratore né un pensionato, l’esodato non ricopre alcun ruolo riconosciuto) porta inevitabilmente a riflettere sul tratto di vita già vissuto e su quello a venire, talvolta con sensi di colpa (“ho fatto la scelta giusta?”, “ho riflettuto bene prima di firmare la fuoriuscita?”, “non avrei dovuto cedere alle pressioni dell’azienda!”). Sorge un sentimento di sfiducia, uno scoraggiamento, che fa sentire fragili, vulnerabili, inutili, impotenti. Ne consegue un sentimento di vergogna, che conduce lentamente all’isolamento, perché non ci si confida fino in fondo né con la famiglia né con i conoscenti, in parte per non mostrarsi deboli, in parte per non riversare sui cari le proprie angosce.
Quali i sintomi di malessere più evidenti che ha riscontrato?
Ansia, insonnia e stati depressivi di varia entità sono i sintomi più ricorrenti di un malcelato disagio psicologico. I normali imprevisti della vita quotidiana assumono un peso maggiore; l’insorgere di difficoltà, come malattie o incidenti, viene vissuta con drammaticità, come eventi che non si riuscirà mai a gestire o risolvere.
Quale è stato il metodo di indagine utilizzato?
La ricerca è stata svolta da settembre 2013 ad aprile 2014 su un campione di 50 esodati e su un gruppo di controllo di 50 lavoratori. Il gruppo sperimentale, composto da 25 donne e 25 uomini, con età media di 58 anni, proveniva per il 44% dalla Campania, il 34% dal Lazio, il 16% dall’Emilia Romagna, il 4% dalla Lombardia ed il 2% dal Veneto. Il gruppo di controllo è composto da 50 lavoratori provenienti dal settore pubblico e privato. Sono stati esclusi i soggetti che presentavano disturbi psichici e/o con gravi patologie organiche note. Le variabili di riferimento sono le stesse che per il campione di esodati: età, genere, provenienza geografica, titolo di studio e stato civile. Gli esodati sono stati contattati grazie alla mediazione dei responsabili di vari comitati (Licenziati e Cessati Senza Tutele, Esmol, Esodati Postali, Esodati e Mobilitati Napoli e Roma, Esodati Romani, Contributori Volontari, Dirigenti Esodati, Esodati Bancari, Esodati delle Ferrovie, Esodati di Lodi). Ai partecipanti sono stati somministrati i seguenti test psicometrici (per i quali hanno firmato il consenso informato): Self-Report Symptom Inventory-90, Self-Rating Depression Scale, Self-Rating Anxiety Scale e Short Form 36 Health Survey Questionnaire. Prima della loro somministrazione, i soggetti sono stati sottoposti ad un colloquio anamnestico e clinico nel corso del quale è stato possibile acquisire informazioni utili per un adeguato inquadramento diagnostico. Tra le variabili cui si è prestata particolare attenzione si segnalano quella di genere, per saggiare eventuali differenze tra esodati ed esodate, e quella economica, per testare le possibili disparità tra esodati salvaguardati e non salvaguardati. Il confronto con il gruppo di controllo ha fornito dati fondamentali per l’inquadramento del problema. Nel corso delle sedute la comunicazione è sempre stata costruttiva. Durante gli incontri, individuali e/o di gruppo, si è cercato di capire come i partecipanti leggessero la propria realtà e con quali mappe cognitive e progettuali la stessero vivendo. Sebbene si fosse instaurato un clima di fiducia, si è riscontrata una sorta d’irrigidimento, a seconda dei casi più o meno lieve, al momento di compilare i test. La garanzia dell’anonimato non ha aiutato a superare pudori o ritrosie. Si è notata una leggera differenza di comportamento tra le donne (più disponibili a riconoscere le proprie difficoltà sul piano familiare e di coppia) e gli uomini (maggiormente inclini a “negare” il disagio).
Quali sono stati i casi di studio più significativi?
La ricerca presenta una grande coerenza interna. I disturbi riscontrati appartengono principalmente alle categorie dei disturbi d’ansia e dei disturbi depressivi. Lo studio dei risultati del SCL-90 mostra che gli esodati intervistati soffrono di un significativo abbassamento del tono dell’umore, di ansia e di disturbi da somatizzazione. Dal punto di vista dell’espressione sintomatologica, le donne e gli esodati non salvaguardati sono maggiormente interessati da tali disturbi. I punteggi alti ottenuti nelle scale della Sensitività e della Collera-Ostilità provano che gli esodati vivono un profondo sentimento di rabbia e di frustrazione. È interessante rilevare che per la scala della Collera-Ostilità non è riscontrabile una differenza statistica significativa tra gli esodati salvaguardati e i non salvaguardati, a dimostrazione del fatto che la “riparazione” del torto subito non ha placato i sentimenti ad esso legati. Queste conclusioni sono confermate dai risultati ricavati dalla scala SDS: gli esodati intervistati presentano un considerevole abbassamento del tono dell’umore che si manifesta attraverso sintomi di apatia, anedonia, astenia e dolori muscolari. Anche in questo caso le donne risultano essere più esposte degli uomini ed i non salvaguardati più vulnerabili dei salvaguardati. Coloro che non beneficiano ancora della salvaguardia rientrano infatti soprattutto nella regione moderata grave del disturbo rispetto ai salvaguardati che si posizionano nella fascia lieve. È dunque evidente che una maggiore sicurezza economica, e di conseguenza personale, dei soggetti riduce la gravità dell’espressione sintomatologica. L’analisi dei dati della scala SAS evidenzia che gli esodati intervistati presentano livelli di ansia più elevati rispetto al gruppo di controllo, il cui punteggio medio li colloca nella fascia corrispondente ad “assenza di malattia”. Le caratteristiche già precedentemente riscontrate per le esodate ed i non salvaguardati trovano conferma anche per i disturbi d’ansia: in particolare, le esodate, sia salvaguardate che non salvaguardate, toccano alti livelli di espressione sintomatologica, raggiungendo la fascia “moderata/grave”. Grazie ai risultati ottenuti dall’analisi del test SF-36 si può infine affermare che la qualità della vita degli esodati è globalmente inferiore rispetto a quella del gruppo di lavoratori. Anche per questo test le condizioni patologiche più gravi sono osservabili presso le esodate ed i non salvaguardati. Le scale maggiormente interessate sono quelle della Vitalità, del Ruolo Emotivo e della Salute Mentale. Si tratta di un dato molto interessante, in quanto sono colpite le aree che riguardano la salute psichica e non soltanto il livello di salute e di benessere fisico organico. Tutti questi elementi sono stati riscontrati anche durante i colloqui clinici: le lamentele circa lo stato di salute fisica non erano espressione di una malattia organica, ma un’espressione sintomatologica di uno stato di disfunzione psichica.
E’ possibile stabilire un nesso tra i risparmi del sistema previdenziale e i costi di quello sanitario?
Nonostante la riforma previdenziale sia stata emanata al fine di fronteggiare una grave crisi economica provocata dal debito pubblico, provocherà, nel corso degli anni, dei danni notevoli al Sistema Sanitario Nazionale gravando notevolmente sulla spesa pubblica. Infatti, gli scompensi sul piano sia fisico che psicologico, richiederanno un elevato livello di assistenza sanitaria, sia nei termini di visite mediche specialistiche che nella prescrizione di piani terapeutici appropriati che prevedano l’utilizzo di strumenti farmacologi, psicofarmacologici e di supporto e di assistenza psicologica. A tal proposito, mi preme ricordare, che tranne rarissime eccezioni, l’attenzione politica e dei mass-media si è sempre concentrata sull’aspetto economico del problema. In un’inchiesta intitolata Le notti insonni degli esodati e dei disoccupati, trasmessa nel maggio 2013 nel corso della trasmissione Zeta su La7, Gad Lerner fu uno dei primi a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle difficoltà psicologiche vissute dagli esodati6. Gli psicologi intervistati, appartenenti al Centro milanese di psicoanalisi “Cesare Musatti”, ricordarono che il primo istituto psicoanalitico sorse a Berlino, negli anni Venti, in un momento di grave crisi economica, e che Freud considerava le attività del Centro come servizio sociale. Per cui – commentarono - dato che le crisi economiche hanno sempre dei risvolti esistenziali, uno Stato che viva in tale contesto dovrebbe garantire ai cittadini divenuti indigenti il diritto di ricevere assistenza psicologica. Che non si tratti solo di un problema socio-economico, ma anche di un profondo ed allarmante disagio esistenziale lo dimostra la progressiva apertura di “sportelli esodati” presso le sedi Cgil, dove i richiedenti aiuto possono trovare assistenza giuridica e, finalmente, anche psicologica. Vorrei segnalare in particolare lo “sportello esodati” presso la Cgil di Monza e Brianza, la cui esperienza è narrata in un libro di recente pubblicazione (Cigna-Ferrari et al. 2014). Gli operatori della Cgil hanno capito immediatamente che gli esodati che si rivolgevano a loro non richiedevano solo informazioni o tutela giuridica, ma che avevano bisogno di raccontarsi, di condividere una situazione di sofferenza che non osavano rivelare a parenti e conoscenti. Mossi dal desiderio di offrire un aiuto concreto, hanno perciò deciso di creare un luogo d’incontro, in cui gli esodati, sorretti da psicologi, potessero esternare le proprie difficoltà e confrontare la propria storia con quelle degli altri. Scrivono gli organizzatori del progetto: “l’originalità sta nel fatto che la psicologia si avvicina e si integra con l’assistenza tecnica e il lavoro sindacale, e quest’intreccio si sviluppa nell’ottica di considerare il lavoratore prima di tutto come un individuo con la propria storia e le proprie caratteristiche che sta affrontando una fase complessa della propria vita. Partendo dal presupposto che ‘condividere costituisce un elemento essenziale dell’esperienza umana’, la nostra linea guida è stata di porre le basi per includere, per recuperare la dimensione collettiva e non lasciare soli i lavoratori ad affrontare il problema”. La necessità di creare dei luoghi di sotegno psicologico ha di fatto risposto ad un’esigenza reale e può essere uno spazio terapeutico efficace. Non è forse un caso se, nel corso degli anni, si sono moltiplicate varie iniziative spontanee di mutuo aiuto, come i blog e le pagine facebook, piattaforme nelle quali gli esodati esprimono il loro bisogno di comunicare, di avere scambi di opinioni, di conoscere le storie altrui, di uscire dall’isolamento e riacquisire dignità.
Quale lezione possiamo trarre da questa dolorosa vicenda umana e professionale?
Sulla base del campione reclutato, la ricerca ha permesso di confermare l’ipotesi di partenza riguardo alle ripercussioni sul piano psicologico, esistenziale e sociale della condizione di esodato. Un lavoratore di età adulta media/avanzata, che, per età lavorativa, ha maturato i contributi, accetta la fuoriuscita dal mondo del lavoro; si “prepara” alla transizione verso una nuova fase della propria vita, quella della pensione: è impegnato in un processo di riorganizzazione del Sé necessario per ridefinire il proprio tempo ed il proprio spazio nel contesto familiare e delle relazioni sociali; investe le proprie risorse cognitive ed affettive nella progettazione di nuovi compiti, nuovi ruoli e nuove aspettative. Le disposizioni della riforma previdenziale Fornero interrompono bruscamente ed inaspettatamente questo processo, stroncano una costruzione di senso, provocando, da un giorno all’altro, una serie di effetti a catena. Primo fra tutti è l’angoscia derivante dall’incertezza del futuro e dall’insicurezza nel presente dovute all’improvvisa ed inattesa mancanza di reddito. Si fanno i conti con l’età, quella cronologica, quella lavorativa, quella mentale. La perdita del potere economico, ma anche dei contatti interpersonali e del ruolo sociale garantiti dall’attività lavorativa, mette a repentaglio l’immagine di sé, sia in contesto pubblico, sia in contesto privato. Usciti (o estromessi) dal mondo del lavoro, non è più possibile essere reintegrati in un contesto lavorativo o quanto meno non in quello che si è lasciato. L’età cronologica rende estremamente difficile un qualsivoglia reinserimento professionale. L’esodato ha la sensazione di non poter più andare né avanti né indietro. I progetti elaborati in precedenza non sono più realizzabili, non se ne possono fare di nuovi. I soldi messi da parte per un determinato scopo servono ora a pagare i contributi ed a vivere. S’intensifica la paura degli imprevisti e di non avere i mezzi per affrontarli. Sorge un senso di vergogna: se non ce la si fa, bisogna essere aiutati economicamente da un genitore, un fratello, una sorella, un figlio/a. Aumenta il sentimento di esclusione sociale. Tutti i modelli teorici sottolineano l’importanza della progettazione in questa fase della vita, fondamentale per l’equilibrio psicologico nel tempo presente e per affrontare l’invecchiamento di domani. Invece, la consapevolezza, o la scoperta, dei propri limiti ed il rendersi conto di avere un margine di manovra molto ridotto accrescono i sentimenti d’impotenza e d’inutilità. Dover fare i conti con la malattia o la morte di un congiunto (coniuge, uno dei genitori) è, in queste condizioni, destabilizzante. L’aspetto intergenerazionale svolge anch’esso una parte importante: da un lato, i genitori anziani che necessitano di assistenza suscitano una serie di implicazioni psicologiche legate al processo di “presa di coscienza” del proprio invecchiamento; dall’altro, i rapporti con i figli (universitari, disoccupati, indipendenti con o senza una propria famiglia) si fanno complessi e ambivalenti: si acuiscono le difficoltà di comunicazione, si entra in “concorrenza” nella ricerca di un lavoro, si invertono i ruoli (sono i figli che “mantengono” il padre o la madre esodato/a). I rapporti coniugali sono anch’essi messi a dura prova: a seconda dei casi, si rinforzano o si sfaldano. L’esodato è dunque privato delle condizioni che gli permettono di compiere, secondo la terminologia junghiana, il processo d’individuazione; è “bloccato” in una condizione di “stagnazione”. Né lavoratore né pensionato, rimane in un certo senso in una condizione di borderline, con le conseguenti manifestazioni psicopatologiche di cui il campione studiato risulta espressione.
(Leggi)

4 commenti:

  1. Sono una esodata uscita dal lavoro già prima della riforma sacconi .La ricerca quì pubblicata coglie e riassume appieno tutte le problematiche delle persone esodate, manca solo il mio caso di esodata non ancora salvaguardataisolata, con madre disabile da accudire e malattia autoimmune che si è acuita fortemente dopo la riforma fornero.Chi fà le leggi dovrebbe essere in grado di coglierne tutti gli aspetti e le ripercussioni nei vari campi di applicazione ma più passano gli anni e più si fanno leggi che colgono solo l'aspetto del risparmio momentaneo della spesa senza pensare a quello che si spenderà poi o non si incasserà ora. Ho perso ogni fiducia nello stato!!!!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. "Manca solo il mio caso."
      Mi dispiace per la tua situazione famigliare, però, potresti spiegare tecnicamente in cosa consiste "manca solo il mio caso". grazie

      Elimina
  2. GRAZIE GOVERNO TECNICO!!! Siamo ancora qui dopo 43 mesi a leccarci le piaghe .
    Iddio vi ricompenserà abbondantemente per quello che avete fatto a persone incolpevoli ed ignare , dall'alto dei vs osceni privilegi, dal Suo giudizio nn potrete scappare.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sì, siano maledetti in eterno!!!

      Elimina